Cos'è l'informatica forense e cosa si decide nella prima ora?
L'informatica forense è la disciplina che acquisisce, conserva e documenta i dati digitali perché reggano come prova.
L'informatica forense, in inglese digital forensics, è la disciplina che individua, acquisisce, conserva e documenta i dati digitali in modo che restino utilizzabili come prova davanti a un giudice, a un'autorità di controllo o a una compagnia assicurativa. La differenza rispetto a una normale analisi tecnica non sta negli strumenti ma nel metodo: si lavora su una copia bit a bit del supporto, si calcola un'impronta crittografica (hash) prima e dopo la copia per dimostrare che nulla è cambiato, e si tiene la catena di custodia, cioè il registro di chi ha avuto quel dato tra le mani, dove e in quale momento. Per chi guida un'azienda il punto pratico è uno solo: la prova digitale è fragile e si distrugge quasi sempre nelle prime ore, per mano di chi in buona fede sta cercando di rimettere in piedi i sistemi.
Cosa chiede la legge italiana a chi acquisisce
Il riferimento è la legge 18 marzo 2008 n. 48, che ha ratificato la Convenzione di Budapest sulla criminalità informatica e ha riscritto diversi articoli del codice di procedura penale. L'articolo 244 comma 2 consente all'autorità giudiziaria ogni operazione tecnica anche in relazione a sistemi informatici o telematici, ma solo adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e a impedirne l'alterazione. Lo stesso intervento ha inserito l'articolo 254-bis sul sequestro di dati presso i fornitori di servizi informatici, telematici e di telecomunicazioni, che ammette l'acquisizione mediante copia su adeguato supporto con una procedura che ne assicuri la conformità agli originali e l'immodificabilità, ordinando comunque al fornitore di conservare e proteggere i dati originali. Sono obblighi posti all'autorità giudiziaria, non all'azienda: una copia fatta male da un privato non è per questo inutilizzabile: è semplicemente contestabile, e il giudice la valuta liberamente insieme a tutto ciò che è servito a produrla. La distinzione non toglie però l'incentivo pratico a lavorare con lo stesso metodo: la parte avversa attacca comunque il modo in cui la copia è stata fatta, e la prova perde peso proprio quando serve. Sul come si fa in concreto la legge tace, e il vuoto lo riempiono gli standard: la ISO/IEC 27037:2012 su identificazione, raccolta, acquisizione e conservazione della prova digitale, e la NIST SP 800-86, che dal 2006 lega le tecniche forensi alla risposta agli incidenti.
Un esempio concreto
Uno studio di progettazione con sessanta persone trova il lunedì mattina i file di commessa cifrati. Il tecnico di fiducia fa quello che sembra ragionevole: spegne i server, reinstalla il sistema operativo e ripristina dal backup della settimana prima. Entro sera si lavora di nuovo, e la prova non esiste più. La memoria volatile, dove stavano i processi dell'attaccante e le connessioni aperte verso l'esterno, si è persa allo spegnimento; le tracce di esfiltrazione stavano sul disco che è stato sovrascritto; l'orario del primo accesso illecito era in registri che nessuno aveva spostato altrove. Tre settimane dopo servono tutte e tre: all'assicuratore per dimostrare la dinamica del sinistro, al Garante per la protezione dei dati personali per dire quali dati sono usciti, al legale per capire se l'ingresso è passato dal fornitore di teleassistenza.
Cosa decide chi comanda nella prima ora
Tre mosse istintive distruggono la prova: spegnere le macchine, ripristinare dal backup sopra i sistemi colpiti, e far dare un'occhiata al tecnico di fiducia con le credenziali di amministratore. A ciascuna corrisponde la mossa opposta: isolare senza spegnere, salvo che il contagio sia già in corso, ripristinare su hardware nuovo lasciando intatti gli originali, e congelare gli account privilegiati finché non arriva chi sa acquisire.
Sui sistemi in cloud se ne aggiunge una quarta, ed è la più frequente: cambiare la password e cancellare la regola di inoltro creata dall'attaccante, che è spesso l'unica traccia rimasta. Lì la prova non la distrugge nessuno, scade: i registri di audit hanno finestre di ritenzione brevi, quindi si esportano subito e si conservano fuori dalla piattaforma.
In parallelo si annotano gli orari e si mettono al sicuro i registri, che sono il presupposto materiale della prova e vanno preparati prima, come spiegato alla voce log management. Chi chiamare e con quali vincoli contrattuali è invece parte del piano di incident response, dove si trova anche il motivo per cui il primo numero da comporre è quello dell'assicuratore e non quello del perito. Vale per un ransomware come per il sospetto che un dipendente in uscita abbia portato via un archivio: la prova si perde con la stessa facilità. Quando l'ipotesi diventa concreta, l'attività va affidata a un consulente tecnico che lavori secondo la ISO/IEC 27037 e documenti ogni passaggio, coordinandosi con il legale, perché è quella documentazione a reggere il contraddittorio.
Questa voce è informativa e non costituisce consulenza legale: per l'acquisizione della prova digitale e per le conseguenze processuali coinvolgi un perito forense e il tuo legale.
Domande frequenti
Termini correlati
- Incident response · L'insieme di ruoli, decisioni e procedure con cui un'azienda rileva, contiene e chiude un incidente informatico.
- Log management · Il log management è la pratica di raccogliere, centralizzare e conservare le registrazioni di eventi dei sistemi aziendali.
- Ransomware · Malware che cifra i dati aziendali e chiede un riscatto per la chiave di decifrazione, spesso con doppia estorsione.
- Data breach · Un incidente che espone dati riservati per un attacco esterno o un errore interno, con costi diretti e di reputazione.
- Notifica di violazione dei dati · L'obbligo del titolare di segnalare al Garante, entro 72 ore, una violazione che rischia i diritti altrui.
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